Nel blu dipinto di blues

Le immagini sono come il denaro: l’inflazione le spoglia di valore, di potere e di senso. La tecnologia digitale, rovesciando a getto continuo miliardi di figure su una quantità di supporti elettronici fissi e portatili, deposita – persino sulle opere d’autore – un’ombra di depressione analoga, per certi aspetti, alle conseguenze dei black days di Wall Street. A risentire maggiormente di questo collasso è l’iconografia dei sogni, e il sogno più condiviso dall’umanità è la vacanza, simbolo di fulgida evasione e superiore benessere. La rete trabocca di cartoline illustrate, un genere che ebbe larga condivisione nell’era della carta, ma che non ha più né la funzione sociale né l’innocente charme di quei tempi, quando spedirsele a vicenda era la prova tangibile di una prossimità sentimentale trasmessa da distanze baciate dalla spensieratezza. La proliferazione di inquadrature turistiche ha perso la capacità di stupire, adescare e sedurre, proponendosi come ridondante vetrina commerciale di alberghi, villaggi e destinazioni che sembrano uguali. A queste banconote fuori corso gli utenti rispondono con una produzione personale altrettanto implacabile, impallando e declassando paesaggi e monumenti per farne sfondo di selfie usa-e-getta.

Al progressivo svuotamento di significati che la minaccia, la fotografia reagisce con un’arma talvolta infallibile: la provocazione. I provocatori più efficaci sono i fotoreporter e gli artisti. Ai primi è il contesto storico, con i suoi abusi e i suoi disastri, a fornire la materia prima dello choc. Agli altri è la riflessione creativa, la personale visione del mondo, la volontà di rimettere continuamente in gioco le proprie inclinazioni estetiche per caricarle di nuova dinamite. È questo il caso di Federico Garibaldi, fotografo che alla descrizione sfacciata preferisce i sottotesti. Non solo quando va a caccia di prede armato di Canon, Hasselblad o i-Phone, ma anche quando si esprime a parole. Il titolo della sua mostra all’UniCredit Pavilion di Milano, Blue Shores, denuncia fin dall’ironia del titolo l’ambiguità dei contenuti. Spiagge blu, ma quel blu è anche – in inglese – sinonimo di tristezza, amarezza, malinconia.

La spiaggia mediterranea ha assunto, dagli anni sessanta del secolo scorso, una polivalenza semantica nella quale si concentrano tutti i cliché geografici e culturali dei paesi che vi si affacciano – l’estate al mare, le chiappe chiare, gli ombrelloni, l’abbronzatura da esibire come una conquista a fine vacanza e fine illusione. La storia e la geopolitica si sono incaricate di minare la solarità incandescente di quel mito, fino a stravolgerne – nell’immaginario comune – il carattere di sublime attrazione. Violata da popoli in fuga, l’idea assoluta (e assolata) che avevamo della Spiaggia entra in conflitto con sé stessa, sprigionando dissonanze e turbamenti che credevamo estranei alla quieta adorazione delle sabbie e dell’azzurro. Alle nostre piccole fughe dallo stress quotidiano, provvisorie e ridenti, si sovrappongono fughe di segno diverso, il cui “sapore di sale” non viene dal jukebox o dagli auricolari ma da roventi grovigli di speranza e tragedia.

Garibaldi non è così ingenuo, o così moralista, da sventolarci sotto il naso l’evidenza di quella contraddizione, né si sogna di tradurla in monito didascalico e feroce. Si limita, almeno in apparenza, a rovesciare – intorbidandola – l’illusione della Spiaggia come centro di delizie paradisiache e ferragostane. Il suo blu non è dipinto di blu ma dipinto di blues. I suoi colori si spengono come lampade fulminate, o si sciolgono per desaturazione nell’acido di nebbie dolenti. Le forme perdono la sicurezza confortante dei contorni nettamente definiti, contorcendosi in un’overdose di sovrapposizioni, sopraffazioni, sovvertimenti. Il sole è spodestato da tempeste cromatiche da maltempo nordico. Le sdraio giacciono vuote e abbandonate. L’estate che si credeva o si sperava eterna e trionfante soccombe alla quinta stagione, la più severa, quella in cui si addensano gli iceberg dell’anima. La festa è finita? Sì e no: Garibaldi lascia a ciascuno di noi libertà di risposta. Ma c’è poco da esultare. Sotto i suggestivi riflessi di onde al tramonto si percepisce il languido glamour d’una bionda annegata. Come detriti di pallida carne, visti rasoterra dal mare, i bagnanti ne costituiscono uno sfondo accessorio e sbiadito. A volte si ergono, sul lungomare, edifici permalosi e notturni, popolati dai molti fantasmi dell’epoca nostra. La notte incombe sul giorno anche quando s’indovina, fuori campo, la presenza di un sole offeso, umiliato, in esilio.

Ciascuna delle immagini in mostra ha segreti da narrare, doppiezze da esibire. Opere aperte nel senso più letterale, allusive, estreme come macchie di Rorschach in libera uscita. Agitate da un impetuoso, beffardo, destabilizzante vento di poesia.

P.B.

Ernesto Morales

AURUM

INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA

Martedì 14 Marzo 2017 ore 18.30 | 20.30
SEDE DELLMOSTRA AREA 35 ART GALLERY MM2 P.ta Genova

Via Vigevano 35 Milano

dal 14 Marzo al 14 Maggio 2017

Mostra patrocinata dal Consolato Argentino a Milano

ORARI
Lun -Ven (15-19)
Sab. e Dom. su appuntamento info@area35artgallery.com | www.area35artgallery.com

COMUNICATO STAMPA

Il 14 Marzo la galleria Area 35 Art Gallery inaugura AURUM una nuova grande mostra personale dell’artista argentino Ernesto Morales, che porta a Milano un ciclo di opere inedite. Ernesto Morales riesce a creare suggestioni d’atmosfera dove lo studio del colore è messo appunto mediante un raffinato ingresso della luce trasportando con la sua arte quel fascino arcano dettato dall’energia cosmica dove l’occhio dello spettatore viene trascinato verso quel qualcosa di indefinito, traiettorie che portano a luoghi lontani ma allo stesso tempo vicini; quel sentimento sublimato dalla speranza di trovare la libertà nell’IO più profondo. In questo ultimo ciclo di opere, Ernesto Morales, oltre a rappresentare e far vivere la natura e il rapporto che intercorre tra essa e l’uomo che per l’artista può essere armonico o di dominio, si sconfina in una dimensione sospesa tra reale e irrazionale, al di là della mente, alla frantumazione dello spazio e dilatazione del tempo. Le sue rappresentazioni pittoriche vivono di significati nascosti, enigmatici come nell’opera “GOLD I” dove una grande nube sovrasta su un mondo incerto, in pericolo, dubbioso e cupo che viene salvato da quello spiraglio dorato chiamato TERRA che da sempre rappresenta la profonda linea di forza indeformabile. I dipinti in mostra appartengono ad un ciclo inedito di opere dove Morales utilizza intensamente il colore oro come abbaglio di luce, fenomeno traslucido che nelle culture antiche era l’immagine della gloria terrena e celeste. Siamo difronte al coraggio di oltrepassare un confine e non subire con rassegnazione le oscurità e negatività che invadono il mondo.

Ernesto Morales nasce nel 1974 a Montevideo (Uruguay), ma inizia la sua carriera artistica a Buenos Aires, dove ha vissuto fino al 2005, dopo un intenso periodo formativo. Nel 1999 ottiene il titolo di Professore di Pittura e nel 2005 il Dottorato in Arti Visive presso l’Accademia de Bellas Artes. Nel 2006, dopo un periodo iniziale in Francia, stabilisce il suo studio in Italia, prima a Roma, e dal 2011 a Torino. Il suo percorso artistico internazionale l’ha portato a realizzare mostre in musei e gallerie in vari Paesi, tra i quali Stati Uniti, Italia, Francia, Germania, Spagna, Cina, Singapore, Malesia, Thailandia, Argentina, Brasile, Messico e Uruguay. Nel 2009 e nel 2010 realizza due mostre antologiche, la prima presso il Museo de Bellas Artes di Buenos Aires e la seconda presso le Scuderie di Palazzo Santa Croce a Roma (IILA, Istituto Italo-Latino Americano). Nel 2014 realizza un ciclo di importanti esposizioni negli Stati Uniti e nel Sudest asiatico, a Singapore, a Bangkok e a Kuala Lumpur. Nel 2015 realizza una grande mostra personale a New York nelle sale del Consolato della Repubblica Argentina in New York.

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