L’Europa durante la pioggia. Pietro Geranzani

7 marzo – 28 aprile 2018

inaugurazione martedì 6 marzo, ore 18.30 – 21.30

 

Di forte impatto visivo ed emotivo, le opere storiche e inedite di Pietro Geranzani sono esposte nella mostra “L’Europa durante la pioggia” presso la galleria Area35 di Milano.

La personale dell’artista, che si esprime con una pittura di matrice figurativa e carica di simboli, pone l’accento sulla coscienza storica del presente e del passato, con una particolare attenzione rivolta alla contemporaneità, segnata da inquietudini e incertezze. 

I lavori, realizzati per l’esposizione milanese, prendono ispirazione dal titolo dell’opera di Max Ernst “L’Europa dopo la pioggia II” (1942), che esprime una situazione di annientamento e di paura immaginata nell’ipotetico perdurare del secondo conflitto mondiale, attraverso una landa desolata coperta di rovine, un paesaggio fantascientifico dove figure metamorfiche si fondono a elementi naturalistici.

Nel ciclo L’Europa durante la pioggia Geranzani non fa riferimento allo scenario di Ernst ma ne evoca il luogo, l’Europa, e l’elemento pioggia, il suo abbattersi inesorabile sull’umanità così come gli accadimenti legati ai conflitti internazionali cui si è attualmente sottoposti. Rappresentativa, a questo proposito, è l’opera L’Europa durante la pioggia. Io faccio la pioggia, che ritrae un uomo incappucciato che osserva da un piccolo foro e destinato a spegnersi a breve, dal momento che sta per premere i pulsanti del suo giubbotto esplosivo. La pioggia cade sul suo corpo, inaspettatamente circondato da una natura rinascimentale che ricorda i paesaggi di Giorgione, una pittura dunque fortemente legata alla tradizione, che si contrappone all’attualità dell’avvenimento narrato.

L’artista si esprime in maniera diretta, con immagini crude, emblematiche di una paura diffusa, attraverso i simboli del terrorismo, caratterizzati da una feroce e irrazionale violenza, come si osserva nei personaggi dipinti sulle tele in cui uomini sono colti nell’intento di farsi esplodere o mostrano gli ordigni che indossano sotto gli abiti. La minaccia, il pericolo e l’incubo vissuti, in ambito europeo e a livello mondiale, sono rivelati senza esorcizzare il male profondo che dilaga fra le persone. Così con una gestualità quasi serena, in L’Europa durante la pioggia III, una donna con le mani sul capo e coperta in volto mostra sotto le vesti le apparecchiature mortali e in L’Europa durante la pioggia II. Farfalla un uomo di cui non si vede il volto apre la camicia, come fossero ali di farfalla, svelando il proprio corpo caricato di esplosivo. L’immagine, densa di tensione e angoscia, si connota simbolicamente attingendo dall’humus culturale della memoria europea, che lega l’insetto al significato di trasformazione e di rinascita. La farfalla, oltre a questa valenza tratta dal mito greco di Psiche, è anche il simbolo dell’anima, di eterno benessere e, in epoca medievale, di figure angeliche e l’artista la raffigura anche in altri lavori come Atta-llah martire e rivoluzionario, ispirato alla figura di Mohammed Atta, mussulmano annoverato fra i terroristi responsabili delle stragi dell’11 settembre 2001. In quest’opera esposta, realizzata nel 2002, diverse farfalle volteggiano sul capo e fra le mani del soggetto che è ritratto in deflagrazione. Anche nel nucleo di lavori intitolati Ciò che è in basso che rappresenta la caducità del mondo, da frammenti di arti umani inferiori crescono fiori, a simboleggiare una possibile rinascita e nuova fertilità dell’anima. 

Un simbolismo che si ritrova ne L’esplosione dell’uovo cosmico il cui titolo fa riferimento all’uovo dell’iconografia tradizionale, immagine di perfezione e creazione di vita, resa nell’opera attraverso una fioritura rosa che si espande sul fondo cupo della grande tela (cm 300×200).

Questi elementi allegorici di cambiamento e di evoluzione lasciano intravedere una vena ottimistica come si evince dalle parole stesse dell’artista che afferma: “Io cerco, attraverso la densità della materia, quella vibrante vitalità che si contrappone alla desolazione della terra bruciata, di ritrovare un anelito di umanità persino nel milite che si immola con gesto devotamente eroico a una causa superiore. Racconto il conflitto fra la sua umanità e la sciagurata scempiaggine dell’efferato gesto”.

La pittura di Geranzani, densa di luci che contrastano i toni scuri e cupi, non nasconde richiami ai grandi maestri del passato, quali Bosch, Rembrandt, Géricault, Goya, Munch, Bacon e riferimenti al romanticismo, al simbolismo, all’espressionismo tedesco, al surrealismo cui l’artista rende consapevolmente omaggio. L’opera Met – in ebraico morte, termine allusivo al leggendario golem privato della vita – è ricca di citazioni ad artisti, testi letterari, film e miti. Rifacendosi all’iconografia di San Cristoforo, ritrae un uomo gigante che cerca di traghettare un bambino sulle spalle – incarnazione di Cristo – ma invano, in quanto personificazione del peso del mondo e di conseguenza impossibile da sostenere; Gerenzani vede in questo personaggio incapace di adempiere al suo ruolo, delle analogie con la figura dell’artista. 

Accanto alle opere di grande formato, sono esposti un nucleo di olii di medie e piccole dimensioni oltre a carte realizzate a tecnica mista e disegni preparatori a matita.

In mostra è consultabile il libro monografico di Pietro Geranzani edito da Area35. 

Cenni Biografici

Pietro Geranzani nasce a Londra il 3 dicembre 1964, da madre tedesca e padre italiano. Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia in Germania e in Svizzera si trasferisce con la famiglia a Genova, dove conclude la sua formazione all’Accademia Ligustica di Belle Arti sotto la direzione di Gianfranco Bruno. Partecipa a diverse personali e collettive in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, affiancando l’attività artistica a quella di filmmaker. 

Nel 1996 espone all’Hotel del Ville di Strasburgo, nel 1998 a Berlino nella Sankt Matthäuskirche e a Brescia presso la Galleria AAB; nel 2000 vince il Premio Duchessa di Galliera e in seguito è accolto nella collettiva al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova. È tra gli artisti della mostra Il Male – Esercizi di Pittura Crudele ospitata nel 2005 alla Palazzina di Caccia di Stupinigi a Torino e nel 2008, presso il Municipio di Zurigo, prende parte a Menschenbilder im Stadthaus Zürich. Del 2009 è la personale Ombre Ammonitrici presso il Palazzo Ducale di Genova, in occasione della Giornata della Memoria, mentre il 2010 vede la sua partecipazione alla collettiva Terzo Rinascimento al Palazzo Ducale di Urbino. Nel 2011 è invitato alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italia presso l’Arsenale a al Palazzo della Meridiana a Genova; sempre a Venezia tiene la personale The Elephant Men alla galleria Workshop Arte Contemporanea. Nel 2015 espone presso Area35 la personale In flore furoris e nel 2017 presso la Chiesa consacrata di San Raffaele a Milano. Numerose le mostre personali, collettive e itineranti in Francia, Stati Uniti, Finlandia e Cina. Attualmente vive a lavora a Milano. www.pietrogeranzani.it

Area35 Art Gallery di Giacomo Marco Valerio apre nel 2009 e si propone come polo culturale dell’arte italiana contemporanea a livello internazionale. La sua attività e la sua missione sono incentrate sulla creazione di ponti e scambi culturali tra artisti italiani e internazionali a livello multidisciplinare. 

Dal 2018 la galleria, oltre al grande spazio espositivo, offre la Project Room, una sala dedicata alla promozione di giovani artisti emergenti volta ad un maggiore coinvolgimento del pubblico.

Fra le maggiori esposizioni si ricordano: nel 2010 Andy Warhol, dal 2011 la quinquennale ad Hangzhou in Cina con l’artista e professore emerito Luo Qi; nel 2014 espone Jacques Toussaint in collaborazione con l’Institut Français di Milano. Nel 2017 Area35 sostiene e partecipa al progetto “Inclusioni” con la Diocesi di Massa, il Comune e la Regione Toscana realizzando l’esposizione di Paolo Topy e Federico Garibaldi in varie sedi istituzionali, fra cui il Duomo di Massa.

Area35 ha dedicato numerose mostre personali ad artisti emergenti e consolidati quali Nino Alfieri, Giovanni Cerri, Barbara Colombo, Nicola Evangelisti, Gian Piero Gasparini, Pietro Geranzani, Marco Mendeni, Ernesto Morales.

Cosciente della mutevole e frizzante situazione dell’arte internazionale Area35 realizza e promuove esposizioni in Italia e all’estero attraverso partecipazioni e collaborazioni con alcune gallerie internazionali, musei, ambasciate e consolati di Argentina, Danimarca, Francia, Polonia, Slovacchia, Spagna e Ungheria. 

Coordinate mostra 

Titolo L’Europa durante la pioggia. Pietro Geranzani

Sede Area35 Art Gallery, via Vigevano 35 – Milano

Date 7 marzo – 28 aprile 2018

Inaugurazione martedì 6 marzo, ore 18.30 – 21.30

Orari mart – ven, ore 15.30 – 19.30 | mattina e sabato su appuntamento

Info pubblico info@area35artgallery.comwww.area35artgallery.com

Ufficio stampa 

IBC Irma Bianchi Communication

Tel. +39 02 8940 4694 – mob. + 39 328 5910857 – info@irmabianchi.it 

testi e immagini scaricabili da www.irmabianchi.it

Renaissance Now – Mozes Incze & Alexandra Nadas

31 gennaio – 1 marzo 2018

inaugurazione martedì 30 gennaio, ore 18.30 – 21.30

 

Area35 Art Gallery sposa il progetto BudArtPest, creato dalla direttrice Lena Ilona Orosz della Lena And Roselli gallery, il cui obbiettivo è creare ponti culturali internazionali e nuove connessioni attraverso l’arte degli artisti ungheresi e della comunità intellettuale mitteleuropea.

Dallo sforzo congiunto di Area35 Art Gallery e Lena and Roselli Gallery per la creazione di un ponte culturale fra le due nazioni nasce Renaissance Now – mostra personale di Incze Mozes e Alexandra Nadas : la scelta di artisti adatti a rappresentare le tradizioni culturali comuni ungheresi e italiane e a presentare nuovi valori alla società internazionale sia a livello professionale che a livello spirituale.

Mozes Incze (1975) diplomato alla Hungarian University of Fine Arts, insignito di numerosi premi a livello nazionale fra cui l’ Horvath Prize nel 2016 e il Koller prize nel 2011, è un rappresentante della scena artistica ungherese dove espone con regolarità nelle prestigiose gallerie della capitale. Nel 1997 ha fondato con i colleghi la Élesd Art Colony che tuttora esiste e che rappresenta un importante contributo di qualità alla scena delle arti in Ungheria. Numerose esposizioni in Italia e in Svizzera ne riconoscono il talento a livello internazionale, menzioniamo le esposizioni collettive alla Galleria Civica di Palazzo Loffredo / Potenza, al Cavedio del Complesso Museale del SS. Salvatore, Lucera, Foggia, e la recente a Castell dell Ovo, Napoli.

L’arte di Mozes Incze, basata sulla tradizione pittorica europea, propone corpi, luci e atmosfere con un gusto rinascimentale e classico in cui, con abilità e competenza, la descrizione del dato naturale è netta, prolungata e dettagliata. Ma la poetica dell’artista propone un terzo elemento che irrompe e minaccia il tradizionale binomio Natura e Uomo: è il Linguaggio Macchina che, vorace e feroce, si avventa sui due cercando di divorarli e diventarne una sorta di Iperuranio. La Natura non domina la scena anzi, spesso appare confinata in piccoli oggetti come vasi e coppe, la si scorge all’interno delle curve di un corpo umano, a volte appare evocata dal delicato cerchio di quel nastro rosso che nel tempo è diventato la firma dell’artista. Non è solo quello naturale lo spazio nella composizione di M.I. ma è anche quello cibernetico: schermi led, cellulari, flash aggiungono un ulteriore significato alla composizione e alla sua sostanza. Suggeriscono che possa essere uno spazio virtuale o una serie di informazioni visualizzate: è uno spazio non identificato visto attraverso una immaginifica interfaccia neurale. L’artista dipinge un’ipotetica ascesi umana sia biologica che spirituale che scaturisce dal rapporto a volte di schiavitù, a volte di complicità, con la nascente e ingombrante intelligenza artificiale.

È il contemporaneo quindi, con i suoi nuovi costumi e le sue relazioni cibernetiche, ad essere protagonista della natura morta e del ritratto. Questi, riportati con di gesti di meticolosa descrizione pittorica, sono bilanciati da macchie caotiche e gesti di scomposizione creativa: Sostanze indefinite, sparse nella composizione come chiazze d’olio , prendono il posto della forma solida e sembrano esseri viventi e palpitanti come se volessero corrodere la superficie della tela. Sono dei frammenti congelati nell’atto della creazione, terreno fertile per la fantasia della mente. Appartengono al sostituirsi delle regole della natura con quelle del linguaggio della macchina virtuale. Lo spettatore viene catturato da queste zone incompiute e viene tentato dall’artista con la partecipazione al processo creativo: Le composizioni di MI, complesse e articolate, mostrano soggetti, spesso indaffarati nel loro lavoro, che sembrano galleggiare in uno spazio che appartiene al reale tanto quanto al virtuale, strumenti elettronici come cavi usb e prese di corrente fanno capolino tra le figure di natura morta, il paesaggio è spesso ridotto al cameo di uno schermo acceso, tutto accentua il contrasto tra i contenuti reali e quelli virtuali sottolineando la narrazione di un mondo “ipertestuale” e cibernetico.

Alexandra Nadas (1974) è una giovane artista attiva già da tempo nel Panorama artistico ungherese con numerose esposizioni collettive e personali che gli hanno valso riconoscimenti anche istituzionali di interesse e pregio.

Le sue opere prendono a piene mani dalla tradizione tecnica e stilistica del Rinascimento : le tavole dei polittici, realizzate con colori ad olio e tempera, mostrano il paesaggio, l’architettura e il ritratto in relazione fra di loro come da tradizione sui quali l’artista interviene con cambiamenti sostanziali. L’architettura, al contrario del passato rinascimentale, è un susseguirsi di forme liriche e narrative: case, stanze, piazze che sono prese dall’ordinario e dal comune, dall’intimo della vita di tutti i giorni, non sono più l’elemento archetipo di solidità e di fondazione. Questo ruolo viene largamente e volutamente interpretato dal ritratto: sono le Madonne profane ad avere l’attenzione dell’artista e queste figure del passato, ieratiche e iconiche, maestose nella loro bellezza, misteriose e imperturbabili diventano il centro dell’intera composizione che trova in loro equilibrio e senso compiuto: con la loro incrollabile etica e attitudine diventano elemento cognitivo di tutta la composizione e l’opera. A.N. gioca con le situazioni e costruisce una scenografia fatta dell’ordinario e del contemporaneo, a volte anche l’inaspettato, attorno alla madonna profana che, paradigma rinascimentale, come lente di ingrandimento legge e rivela la bontà delle situazioni. È l’intenzione di ricercare una lettura del presente attraverso il passato che rappresenta nella poetica di AN la qualità fondativa per raggiungere una rappresentazione esaustiva dello stratificarsi del contemporaneo nella componente fisica, virtuale, mentale e spirituale dell’uomo. Il paesaggio contemporaneo, la vita moderna e il suo esperire assieme al suo contesto di luogo e di spazio architettonico, trasfigurati, assurgono a ruolo di altare profano.

DE PROFUNDIS

Riccardo Paternò Castello 

31 gennaio – 1 marzo 2018

inaugurazione martedì 30 gennaio, ore 18.30 – 21.30

 

Area35 inaugura la Project Room milanese con la proposta di un giovane artista emergente : Riccardo Paternò Castello.

 

Sublimi Totem di Myriam Zerbi

(storica dell’arte e curatrice di mostre, giornalista, collaboratrice di Arte in World e de Il Giornale dell’Arte).

L’artista è spinto al fare dal suo daimon: “Avevo bisogno di dipingere, di tornare alla pittura”. È così che Riccardo Paternò Castello ha messo in atto un gesto iconoclasta che, sin dal significato etimologico, dal greco Eikon klao, mira, paradossalmente, a distruggere l’immagine. Forse è l’inconscio che detta l’azione artistica che procede secondo un metodo filosofico che risale al pensiero classico socratico, per il quale la pars destruens deve precedere, inevitabilmente, la pars costruens.

Dopo aver lavorato lungamente all’arte del ritratto, incrociando anche i campi di lampante e chiara evidenza della riproduzione fotografica, Riccardo Paternò Castello ha avvertito forte il desiderio di libertà che gli si prospetta, da subito, come lotta. È chiamato ad assecondare un imperativo categorico: sganciarsi dagli schemi del gioco della mimesis descrittiva, che lo induceva a tirar fuori dai soggetti, ‘ritrarre’ nella fisionomia pittorica, una somiglianza edulcorata e migliorata. Tempo era giunto per concepire dei ritratti che fossero, invece, vere e proprie “visioni dell’interno”. Fuori e al di là di ogni idealizzazione.

Sceglie di confrontarsi con opere del passato, affronta ritratti pensati in altri secoli e in contesti lontani, avvicina quadri potenti, pregni di una loro forza specifica, di artisti celebrati dalla Storia, quali Bronzino, Goya, Velasquez, maestri con i quali l’incontro si sarebbe rivelato, coraggiosamente e inesorabilmente, come scontro. All’inizio è la ripresa del soggetto a interessare il pittore. Il suo pennello parte dal ricreare il sembiante come era manifestato nei dipinti preesistenti. Lo trasporta sulla tela, non senza subitanei e voluttuari scarti, lo fa entrare, appena appena mutato, solo leggermente modificato, nello spazio della ‘sua’ figurazione. Ne visualizza pittoricamente il disfacimento. Lo sguardo del pittore porta con sé l’intensità di un’intuizione esistenziale che è malinconico senso di disgregazione del visibile.

Poi l’attacco. Invasivo e demolitore, anticipato già, anche se solo parzialmente, nella fase di ricostruzione dell’immagine. Il volto viene aggredito, le sue forme sconvolte. Nei visi, sui quali viene gettata pittura, spariscono le sembianze, ricoperte e celate, nell’atto audace e fatale di negazione. In seguito, man mano, dal colore tirato, raschiato, asportato, affiorano evanescenti strati, si concretano ambigue figurazioni “fino a che il soggetto non acquista una nuova, diversa personalità che ti parla e ti colpisce”.

Non può esserci nessuna indulgenza o tentennamento, ma solo l’ineluttabilità di un atto che va compiuto con fermezza e coraggio, “il quadro capisce se hai paura”: scardinare l’immagine, cancellare l’icona, denudarla da ogni apparenza voluttuaria, decostruire, smontare la consolatoria, quieta certezza di un’umanità in posa che, pur nell’assalto, non demorde, e fatica a perdere l’eleganza congelata della confortante postura aulica. E mentre il ritratto s’inabissa nel naufragio di ogni somiglianza, per il

pittore la vertigine della riconoscibilità negata è l’anelata liberazione dalle griglie di ogni ricercata gradevolezza.
La metamorfosi creativa fa proprie le cose che vivono nell’oscurità, trasforma la materia pittorica in grumo avviluppato e dolente di carne svelata e palpitante, e i personaggi in fantocci ridotti alla loro essenzialità. Il caso interviene facendo emergere dalle stratificazioni abrase e cancellate nuove livide, suggestive, effigi.

La luce, presenza vivida o assenza palpabile, penetra e svela, nelle ferite al fondo di ogni essere, ammantate d’oro o d’ombra, l’essenza stessa della situazione esistenziale dove germinano malinconia, inquietudine, paura, che appartengono ai più. E sono invece celate ad arte, nella staticità di parata dei ritratti aulici, nello stereotipato sfoggiare sorrisi di facciata che pullulano nelle occasioni mondane, nell’ostentazione di vesti che sono paramenti, costumi di scena, come nel piglio studiato di uno sguardo fiero o seduttivo.

È un corpo a corpo, quello di Riccardo Paternò Castello, con l’immagine, mina ogni contegno, smaschera ogni simulacro. Nel duello, l’azione del pittore non è bomba che dilania per distruggere, ma personale rivoluzione, forza d’urto che decostruisce la regolarità della figura per scandagliarne gli abissi e le inesauribili profondità d’ombra.

“Scavo, costruisco, cancello”, ogni dipinto realizzato è un quadro che ha raggiunto equilibrio e ragion d’essere proprio sul limite, rasentando la sua possibile distruzione: “I quadri funzionano se sono in continua, dinamica tensione”.
La sparizione di identità crea in chi guarda turbamento, straniamento e anche ripulsa. L’emozione va però vissuta e percorsa tutta d’un fiato. L’equilibrio turbato chiama al rispecchiamento. Il pennello rimesta, colpisce, vortica. Forgia. L’impresa di Paternò Castello è tormentato processo di trasfigurazione e rivelazione di sé nell’altro. Ricercare nel particolare l’essenza dell’essere, nel groviglio dei nodi strutturali non risolti del singolo, il cuore pulsante della condizione umana.

Un’energia espressiva potente e dissacrante sa trasformare ritratti emblematici del passato in totem contemporanei. Grotteschi e sublimi, gravi, in bilico tra vita e morte, sostanza e spirito, sono presenze notturne e inquietanti. Riflettono, nel linguaggio dell’arte brillantemente dominato da Paternò Castello, le tempeste dell’esistere, i tortuosi sentieri dell’essere e gli infiniti colpi di scena del teatro della mente.

January 22, 2018

Metamorphosys

as part of our collaboration with Lean and Roselli gallery our artist Ernesto Morales will exhibit in Budapest the 25th of January, 2018 with “Metamorphosys”.

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