Nel blu dipinto di blues

Le immagini sono come il denaro: l’inflazione le spoglia di valore, di potere e di senso. La tecnologia digitale, rovesciando a getto continuo miliardi di figure su una quantità di supporti elettronici fissi e portatili, deposita – persino sulle opere d’autore – un’ombra di depressione analoga, per certi aspetti, alle conseguenze dei black days di Wall Street. A risentire maggiormente di questo collasso è l’iconografia dei sogni, e il sogno più condiviso dall’umanità è la vacanza, simbolo di fulgida evasione e superiore benessere. La rete trabocca di cartoline illustrate, un genere che ebbe larga condivisione nell’era della carta, ma che non ha più né la funzione sociale né l’innocente charme di quei tempi, quando spedirsele a vicenda era la prova tangibile di una prossimità sentimentale trasmessa da distanze baciate dalla spensieratezza. La proliferazione di inquadrature turistiche ha perso la capacità di stupire, adescare e sedurre, proponendosi come ridondante vetrina commerciale di alberghi, villaggi e destinazioni che sembrano uguali. A queste banconote fuori corso gli utenti rispondono con una produzione personale altrettanto implacabile, impallando e declassando paesaggi e monumenti per farne sfondo di selfie usa-e-getta.

Al progressivo svuotamento di significati che la minaccia, la fotografia reagisce con un’arma talvolta infallibile: la provocazione. I provocatori più efficaci sono i fotoreporter e gli artisti. Ai primi è il contesto storico, con i suoi abusi e i suoi disastri, a fornire la materia prima dello choc. Agli altri è la riflessione creativa, la personale visione del mondo, la volontà di rimettere continuamente in gioco le proprie inclinazioni estetiche per caricarle di nuova dinamite. È questo il caso di Federico Garibaldi, fotografo che alla descrizione sfacciata preferisce i sottotesti. Non solo quando va a caccia di prede armato di Canon, Hasselblad o i-Phone, ma anche quando si esprime a parole. Il titolo della sua mostra all’UniCredit Pavilion di Milano, Blue Shores, denuncia fin dall’ironia del titolo l’ambiguità dei contenuti. Spiagge blu, ma quel blu è anche – in inglese – sinonimo di tristezza, amarezza, malinconia.

La spiaggia mediterranea ha assunto, dagli anni sessanta del secolo scorso, una polivalenza semantica nella quale si concentrano tutti i cliché geografici e culturali dei paesi che vi si affacciano – l’estate al mare, le chiappe chiare, gli ombrelloni, l’abbronzatura da esibire come una conquista a fine vacanza e fine illusione. La storia e la geopolitica si sono incaricate di minare la solarità incandescente di quel mito, fino a stravolgerne – nell’immaginario comune – il carattere di sublime attrazione. Violata da popoli in fuga, l’idea assoluta (e assolata) che avevamo della Spiaggia entra in conflitto con sé stessa, sprigionando dissonanze e turbamenti che credevamo estranei alla quieta adorazione delle sabbie e dell’azzurro. Alle nostre piccole fughe dallo stress quotidiano, provvisorie e ridenti, si sovrappongono fughe di segno diverso, il cui “sapore di sale” non viene dal jukebox o dagli auricolari ma da roventi grovigli di speranza e tragedia.

Garibaldi non è così ingenuo, o così moralista, da sventolarci sotto il naso l’evidenza di quella contraddizione, né si sogna di tradurla in monito didascalico e feroce. Si limita, almeno in apparenza, a rovesciare – intorbidandola – l’illusione della Spiaggia come centro di delizie paradisiache e ferragostane. Il suo blu non è dipinto di blu ma dipinto di blues. I suoi colori si spengono come lampade fulminate, o si sciolgono per desaturazione nell’acido di nebbie dolenti. Le forme perdono la sicurezza confortante dei contorni nettamente definiti, contorcendosi in un’overdose di sovrapposizioni, sopraffazioni, sovvertimenti. Il sole è spodestato da tempeste cromatiche da maltempo nordico. Le sdraio giacciono vuote e abbandonate. L’estate che si credeva o si sperava eterna e trionfante soccombe alla quinta stagione, la più severa, quella in cui si addensano gli iceberg dell’anima. La festa è finita? Sì e no: Garibaldi lascia a ciascuno di noi libertà di risposta. Ma c’è poco da esultare. Sotto i suggestivi riflessi di onde al tramonto si percepisce il languido glamour d’una bionda annegata. Come detriti di pallida carne, visti rasoterra dal mare, i bagnanti ne costituiscono uno sfondo accessorio e sbiadito. A volte si ergono, sul lungomare, edifici permalosi e notturni, popolati dai molti fantasmi dell’epoca nostra. La notte incombe sul giorno anche quando s’indovina, fuori campo, la presenza di un sole offeso, umiliato, in esilio.

Ciascuna delle immagini in mostra ha segreti da narrare, doppiezze da esibire. Opere aperte nel senso più letterale, allusive, estreme come macchie di Rorschach in libera uscita. Agitate da un impetuoso, beffardo, destabilizzante vento di poesia.

P.B.

BEWARE
Nicola Evangelisti, after having examined the relation among real and virtual in the context of the econo- mic crisis, turns his gaze towards the international political outlook, focusing on the discomfort created by the current terrorist wave in which mass media communication have a signi cant role to play.
It’s such a signi cant coincidence that the English term BEWARE contains the word WAR; as if there were an inherent warning of an armed threat to our security. Quoting the title of a famous album of a musician loved by the artist -Paul McCartney- we could de ne this project a TUG OF WAR, at least for the deployment of a quite interesting arsenal made by his installations.
It is not really war and terrorism chic which is symbolized, but the communication process of informa- tion, the distance between objective facts and their perception: a dyscrasia that makes them subjective. Safety, both mental and physical, is under attack, actualized by the duality between tangible and intan- gible reality.
There is, in these series of installations, a distance between the object of analysis and Evangelisti’s artwork, a kind of lter, a deforming lens represented by the artistic medium. The Information is – by de nition – something unambiguous in relation to the fact it refers to. The correlation between “News” and “Event” corresponds to the relationship between “material” and immaterial”. The natural semantic shifting underlines the distance between the meaning of the word and its own signi er.
BEWARE project’s artworks are just the uncertain empty space in between the incident and its relative information.
A multitude of information on the same event, represents at the same time, press freedom, and a ma- licious or partisan distortion if manipulated by an ideological strategy.
If the information is an exchange of consciousness among several people, it contributes unsurprisingly to the de nition of public social consciousness. The invasion of territories proceeds in parallel to the control of consciousness and public opinion. Such control corresponds to an annihilation. A tendency to move the rational verticality of the spirit towards the ferocious dynamics of the horizontal.
The violence killing victims of war and terrorism isn’t more powerful of the one we experience in the moment horror of death is broadcasted in real-time throughout the web: virtual reality in this way tends to match with another form of reality that manages and in uences our emotional, behavioral aspects and, therefore, our life.
Duality between tangible and intangible reality is translated by Evangelisti into artworks made by phy- sical parts, measurable, and by others only visible through optical e ects. Objective and material ele- ments are grafting onto others that can be de ned virtual, being both common parts of the same form of reality.
In its ambivalent duality, white is symbol of candidness, life and loyalty, as well as darkness, death, grief especially in Asian culture.
White and Black, darkness and light alternates in solidness and emptiness of the artworks, Life and Death exchange signi cances by proxemically shifting from one reality to the other.
It is not by sheer coincidence that the origin of the de nition “white weapon” refers to white re ected by the sunlight on the mirroring steel of swords, knives and lances. “White weapon” like black instrument
of death.
Holy Knife by Nicola Evangelisti and Mauro Melotti is a sculpture half composed by a military knife and half by its holographic reproduction.
In reference to his exhibition, Useless Army – where Evangelisti took part with the installation DEMO- CRACY made of shotgun shell – the “useless army” of Art, ghts an intellectual war with militarily blunt arms but sharper in terms of exposure and social protest.
Ri e shells characterize the installations FREEDOM, WAR, DEMOCRACY AND PEACE, English words that stigmatize the American military strategy to continually move the war front beyond their borders. Evangelisti, paraphrasing the “pax romana” concept from the imperial period, de nes the actual as “pax Americana” Where wars are being fought in the name of peace and democracy.
Holy Lance and the shell installations are symptomatic of those who decided to make peace with war. Fought war in the name of peace or religion, paradoxes which have gone along with human history from ancient times till today and that seems not to leave room to any fraternity and harmony. Holy Lance is a wall installation of ambient dimensions composed by mirroring metal silhouettes. The blades and the knifes used to kill the victims of the caliphate are set forming a gunsight image – visually overlapping a cross – underlining the paradoxical capacity of violence in the name of God. Mirroring steel blades, digital forms that have found, in this matter, the capability to re ect the light and the contextual images. We re ect ourselves in the arms and in death’s symbols, likewise in those of peace and faith, in a perceptive continuum whose boundaries are superimposable and interchangeable.
Light that generates shadows like the black colors of ags that darkens the Lybian sun, the obscure side of good, “caligine luminosissima” that clouds minds.
The gunsight symbol, at last, exempli ed in di erent ways within the exhibition, appears also in form of a holographic light hanging before an impending bullet, ready to hit the unconscious visitor: strong is still the interconnection between the objective reality and the supposed one, a more than ever representational synthesis of the world we live in.
Olivia Spatola

Il 15 Giugno la Galleria Area 35 Art Gallery inaugura “Silenzio” una nuova mostra personale dell’artista slovacco Robert Hromec che porta a Milano un ciclo di opere inedite. L’universo di Robert Hromec affonda le proprie radici sulla cultura greca che ha contribuito a determinare l’identità culturale europea per le molteplici esperienze vissute in diversi campi e per le affascinanti creazioni di cui furono capaci : nel mito dell’arte, della scienza, della filosofia, della politica e letteratura. Robert Hromec crea un mondo dove protagonista è la stratificazione di colore su fogli di alluminio o carta costellati da figure umane dove i corpi si intersecano armonicamente, gli sguardi si incrociano creando una danza che porta l’occhio dello spettatore ad un movimento illusorio fondato su un equilibrio precario.

Con “Silenzio” Robert Hromec presenta per la prima volta una serie di disegni inediti su carta dallo stile primitivo, puro, innocente dove l’artista opera con una totale semplificazione delle forme riducendo volumi e struttura rappresentando a sua volta in maniera saggia la realtà nella sua totalità del SILENZIO che riflette nella dimensione interiore dell’essere umano.

Robert Hromec è nato nel 1970, ha conseguito il diploma in Pittura all’Hunter College di New York (1998) e in Incisione al City College di New York (1995). Ha studiato Belle Arti presso l’Istituto Pratt (1990-1991); è stato assistente presso il Dipartimento di Pittura presso l’Hunter College (1997-98) e ha lavorato al Metropolitan Museum of Art di New York (1992-1998). Hromec si è aggiudicato una borsa di studio per studiare Belle Arti alla Slade School of Fine Art di Londra, e nel 2002, per ampliare ulteriormente i suoi orizzonti, ha conseguito una laurea in Arte al Politecnico slovacco di Bratislava. Durante il suo soggiorno di otto anni a New York, Hromec sperimenta varie tecniche artistiche fino a raggiungere un suo proprio linguaggio artistico, che chiama “printpainting”. L’illusione ottica svolge un ruolo importante nei suoi ultimi printpaintings, con piastra di alluminio utilizzato come base. Il suo lavoro pluripremiato è stato esposto in oltre settanta mostre negli Stati Uniti, Canada ed Europa. Nell’estate del 1997, uno dei suoi dipinti è stato incluso in una mostra collettiva presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Hromec ha anche esposto presso The Houses of Art Gallery, Red Penguin Art Gallery e Museo Cortijo Miraflores a Marbella; United Nations Plaza a Ginevra e New York; Claudine Hohl Gallery di Zurigo; Danubiana Meulensteen Art Museum e GMB a Bratislava; Europazentrum a Graz; Westbeth Gallery di New York; Istituto Slovacco di Praga, Budapest, Berlino e Vienna; V. Kramar Gallery e D+Gallery di Praga; Beaux Arts Gallery a Heeze; GreCo Gallery di Vienna e altri luoghi. Nel 2010, il Danubiana Meulensteen Museum of Art ha pubblicato la monografia “Twenty Years” dedicata al lavoro di Hromec dal 1990 al 2010. A dicembre 2013, Cantor Art Press di New York ha pubblicato il libro “Robert Hromec: New Mixed-Media Paintings on Aluminum Plate” che può essere trovato nelle biblioteche dei più importanti musei americani. 

Curated by Arianna Grava
Catalogue RICHIE studio | photos by Richard Guzman – Maria Svarbova

Dopo numerose mostre internazionali in Europa e negli Stati Uniti, importanti rassegne come Il Male – Esercizi di pittura crudele, nella Palazzina di Caccia di Stupinigi; Ombre ammonitrici, nel Palazzo Ducale di Genova; L’arte non è cosa nostra, alla 54. Biennale dell’Arte di Venezia, AREA35 Art Gallery presenta la mostra personale In flore furoris, di Pietro Geranzani. 

Una selezione ragionata delle più significative opere dell’artista caratterizzate da una personalissima pittura che attinge da interrogativi filosofici ed inquietudini esistenziali. Ricca di citazioni e invenzioni oniriche, la pittura di Geranzani è fisica, violenta ed allo stesso tempo surreale, metafisica, destabilizzante.

«La prima volta, del resto la prima volta ch’io vidi un quadro di Geranzani, uno di un formato “medio”, ne fui sconcertato e allora, lanciandomi il proprio salvagente, mi disse il pittore: “Vedi? Tutto nella mia pittura è autobiografico e tuttavia nulla mi rispecchia veramente. Tutto appare legato al sentimento romantico e al rispecchiamento della realtà e al tempo stesso nulla di ciò appartiene alla mia pittura”. E ancora: “Questi ampi formati sono soltanto esercitazioni minime, perché vorrei dipingere molto più in grande, e più brutalmente, più carnalmente anche, facendovi vibrare la vita stessa. Ma come vedi, questo spazio – e intanto allargava le braccia ad accogliere tutto lo studio – non mi consente di andare troppo oltre…”. Fu così che pensai, ma solo un momento, all’Atelier di Courbet». (dal testo in catalogo di Rolando Bellini)

Due quadri in mostra, Damp Mop, del 2015, e Ombra ammonitrice VI (Awrah), del 2004, costituiscono l’ideale nucleo dialogico della mostra, fatta di pitture imponenti, discrete, a volte, ed esuberanti, antiche. 

«Damp Mop è in inglese lo straccio umido, quello per lavare i pavimenti. È il titolo che ho dato a un quadro che rappresenta un paio d’ali rotte, strappate dalla carne viva, e la ferita ribolle di materia pittorica densa e grumosa. Del corpo vivo rimane null’altro che questo straccio, per parte flaccido e inerme. L’ala è bianca, dove la ferita non ha inquinato il suo candore, di un bianco calcinato, stridore su tutti i colori. È la nostra equivalenza interiore. Rovescia la nostra fisicità ordinaria, limitante, orizzontale, ed è capace di darci l’emblema di un fatto, non già il suo simbolo didascalico, ma quel fatto individuato in tutta la sua energia: la morte, terribile, che nella bellezza del bianco permette alla forza dello spirito di non inorridire davanti alla consunzione della carne. Allora l’ala del mio dipinto doveva avere un atteggiamento composto, ho cercato di darle un equilibrio pacato, non un ardore espressionista. Mi sono ricordato del cavallo di George Stubbs per il marchese di Rockingham intitolato Whistlejacket. L’ho dipinta su un fondo senza profondità, proprio come è dipinto il cavallo, affinché fosse, in termini di rimemorazione, un altro monumento, o forse sempre lo stesso. Con sforzo ho considerato di sviluppare questa forma fino a renderla monumento così da tramandare tutto ciò che è strettamente connesso con la mortalità dell’essere-nel-mondo. Non voglio parlare di origine e di verità, ma di sforzo, di messa in opera di qualcosa che per me è implicito, addirittura non pensato». (Pietro Geranzani). Nell’opera Ombra ammonitrice VI (Awrah), iconografie del Rinascimento francese sono sovrapposte, pittoricamente “mescolate”, ad altre di natura completamente diversa, come le stampe erotiche giapponesi della tradizione Shunga: il gesto di Geranzani tende a sovvertire l’ordine costituito delle regole della morale, che pongono nell’avvenire il loro senso. Nel dipinto, di preoccupante attualità, realizzato di getto nel 2004, pochi giorni dopo l’assassinio di Fabrizio Quattrocchi in Iraq, Geranzani s’interroga sul ruolo della figura dell’eroe in una guerra non patriottica. Awrah, il sottotitolo del quadro, che nella tradizione islamica indica ciò che del corpo è proibito mostrare, provocatoriamente invece sottolinea gli aspetti più scabrosi e morbosi della morte e degli abusi, che affiorano espliciti nel dipinto. L’impianto può avere il suo riferimento nell’estetica del male teorizzata da Bataille: essa è generata dall’infrangere i limiti imposti dalle interdizioni, è il rovescio inquietante della santità, ma ne presuppone la stessa tensione e lo stesso rigore.  Tramite il simbolo, il mito e la storia, Geranzani rappresenta l’intera lacerazione del mondo contemporaneo: il decadimento fisico, morale e mentale sono come solchi che attraversano le sue tele che raccontano e investono di dramma l’intera razionalità umana. Il culto della morte analizzato da Bataille, in cui l’erotismo è una cifra tragica, coglie l’essenza profonda di questo artista visionario dalla corporeità ingombrante, e “dall’indecenza” travolgente.

 

Nota biografica

Pietro Geranzani è nato a Londra (GB) nel 1964. Dopo aver trascorso l’infanzia tra la Germania e la Svizzera completa gli studi all’Accademia Ligustica di Belle Arti a Genova. Ora vive e lavora a Milano. Nella sua lunga esperienza espositiva ha partecipato a diverse rassegne nazionali e internazionali, tra cui: Ombre Ammonitrici a Palazzo Ducale a Genova nel 2009, in occasione della commemorazione della Giornata della Memoria; Menschenbilder im Stadthaus Zürich a Zurigo nel 2008; Terzo Rinascimento nel 2010 al palazzo Ducale di Urbino; la 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Padiglione Italia, Arsenale, a Venezia nel 2011, e nello stesso anno The Elephant Men, Workshop Galleria d’Arte Contemporanea, a Venezia; Lo Stato dell’Arte – Liguria, Padiglione Italia, Biennale di Venezia 2011, Palazzo della Meridiana, Genova. Ha partecipato alla mostra Il Male – Esercizi di Pittura Crudele nella palazzina di caccia di Stupinigi (TO) nel 2005. Nel 2000 vince il Premio Duchessa di Galliera ed espone in 1950 – 2000, Arte Genovese e Ligure dalle Collezioni del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, nel Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova. Nel 1998 si segnala la mostra Genua-Berlin, Drei Maler aus Genua in Berlin, nella Sankt Matthäuskirche a Berlino e la mostra presso la Galleria AAB di Brescia. Numerose le mostre itineranti, personali e collettive in Francia, Stati Uniti e Finlandia. 

GIAN PIERO GASPARINI

“CORPOGRAFIE”

La Galleria AREA 35 ART FACTORY presenta “CORPOGRAFIE” una nuova mostra personale dell’artista italiano Gian Piero Gasparini che porterà all’interno degli spazi di Via Vigevano 35 a Milano un ciclo di opere inedite.

Il mondo di Gian Piero Gasparini è in continuo evolversi e CORPOGRAFIE rappresenta una novità sia per quanto riguarda la forte poetica sia per la fisicità dei soggetti rappresentati che conducono lo spettatore in un universo in cui emerge la volontà di fondere materia e corpo con un intimismo assoluto che rappresenta il ripiegamento interiore dell’essere umano con le sue passioni, ansie, sentimenti e pensieri.

Si potranno ammirare differenti serie di opere di diversa natura stilistica ed un’installazione realizzata con materiali di recupero, il tutto contraddistinto da una spiccata influenza Rinascimentale, dove Gian Piero Gasparini, artista figurativo contemporaneo, fa riferimento in numerose citazioni a maestri del passato che, per la loro innovazione, sono riusciti a dare un grande apporto alla storia dell’arte e del pensiero.

Coerentemente con la sua produzione precedente, troviamo anche in queste opere la particolare tecnica pittorica che contraddistingue tutto il percorso artistico degli ultimi dieci anni dell’artista e si tratta appunto di un forma di scomposizione dell’immagine realizzata con brandelli di tela. Si potrebbe parlare di una forma di divisionismo, ampliata però ad un più vasto ambito di argomentazioni ed analizzata nel concetto stesso di frammentazione, sino alla frattura e ricomposizione dell’immagine stessa.

Il percorso espositivo ci porta all’interno di un dualismo tra intimità e sentimento; la sfera dell’intimità di un corpo segnato dal pudore come virtù del saper distinguere che cosa sia giusto mostrare di sé e che cosa no, che cosa debba rimanere nel privato e che cosa invece mostrare in pubblico e il sentimento intellettivo il quale è lo stesso sentimento fondamentale in quanto intuente l’essere ideale e illuminato della sua luce. E’ il sentimento di un’apertura infinita, una sensazione universale dell’oggetto, in questo caso il corpo.

[…]La pittura, oltre che cosa sacra, è un fare ed è bene ricordare che passa attraverso una diretta espressione sensibile: l’atto del dipingere. Nel corso del tempo la biografia pittorica di Gian Piero Gasparini ha continuato ad evolversi in una progressiva accentuazione del segno e in una saturazione del fondo, che hanno dato alla serie Corpografie un’impronta rappresentativa dell’attualità di un tempo, il tempo pittura, essenzialmente in divenire e aperto a ulteriori inedite possibilità. Corpografie rappresenta dunque una novità, sia per la fisicità dell’inedita produzione artistica, che per il suo retroterra teorico: nuovi input che ci accompagnano nell’esplorazione di territori concettuali individuabili appunto nella sfera dell’intimismo e in quella della matericità […]

(dal testo di Emanuele Beluffi)

AREA 35 ART FACTORY

Via Vigevano 35, 20144 Milano – t/ +39 3393916899 Email info@area35artfactory.com – www.area35artfactory.com

Gian Piero Gasparini è nato nel 1969. Vive e lavora a Milano. Negli ultimi anni le sue opere hanno varcato più volte il confine italiano partecipando a fiere e importanti mostre monografiche e collettive presso gallerie private e istituti culturali. Negli anni ’90 si dedica principalmente alla ritrattistica su commissione e all’arte del murale applicando le sue capacità tecniche con l’aerografo per la realizzazione di vere e proprie gigantografie iperrealiste su parete. Dal 2000 al 2005 la sua pittura si concentra sul tema dei ritratti con “FACECES”e “SCREENING”dove dietro ad un viso talmente noto da risultare ai nostri occhi e alla mente come un marchio di fabbrica si celano misteriose combinazioni segniche.

A questa visione della realtà segue la serie di “LOGOS”nel 2010, un lavoro che denuncia l’abuso di potere delle multinazionali che con il loro marchio condizionano e controllano in modo indiretto e sottile la vita di tutti noi. Il lavoro di Gasparini si muove sempre attorno ai temi dell’attualità attraverso un’analisi delle icone e simboli del nostro tempo comunicando il significato che egli attribuisce agli stessi e nel 2012, con la serie AmeriKaos, rilevano come il mondo sia ancora oggi influenzato dalla politica estera americana che rappresenta a sua volta la società del consumo. Sempre nello stesso anno l’artista, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità D’Italia, denuncia la grave crisi d’identità del paese con la serie “BRANDELLI D’ITALIA” dove ritrae soggetti che rappresentano per antonomasia l’Italia di quel periodo, un ritorno nostalgico a un risorgimento dimenticato nei costumi e nelle intenzioni di un paese che oggi nega se stesso.

Informazioni essenziali:

“CORPOGRAFIE”
Mostra personale di Gian Piero Gasparini
A cura di Arianna Grava
Dal 9 al 30 Aprile 2015
Lun-Ven 15.30 – 19.30
Mattina e sabato su appuntamento
Vernissage Giovedì 9 Aprile 2015 dalle ore 18.30 alle ore 21.30

Per informazioni e materiale: Area 35 Art Factory info@area35arfactory.com www.area35artfactory.com

BARBARA COLOMBO “ABSOLUTE”

Una nuova mostra “ABSOLUTE” è presentata dalla Galleria AREA 35 ART FACTORY di Via Vigevano 35 a Milano che raccoglie le opere di Barbara Colombo, un concentrato di passione, ricerca, talento e il coraggio di fare arte fuori dagli schemi con cui l’artista ha saputo trasformare sottilissimi fogli di carta di riso stratificati in solidi monoliti monocromi vibranti di luce. Luce come chiave d’accesso per entrare nell’universo di questa talentuosa artista. Lo straordinario processo creativo, peculiarità che distingue Barbara Colombo nel panorama artistico italiano, rende le superfici increspate capaci di raccogliere luce e di vivere di luce propria. I lavori presenti alla Galleria AREA 35 ART FACTORY sono il risultato di una costante ricerca che ha permesso a Barbara Colombo di portare la “forma” ad essere libera di mostrarsi per quello che è: essenzialità di forma, colore, materia e di concetto. Queste superfici trasudano di emozioni che si sono lentamente sedimentate strato dopo strato attraverso il sottile e laborioso processo creativo. A Barbara Colombo non serve il descrittivismo pittorico per imprimere sulle sue basi di masonite un’atmosfera, un brivido, un ricordo, una sensazione. I suoi monoliti sono scevri di ogni elemento esornativo. L’effetto è ipnotico, l’osservatore si troverà catturato dai sottilissimi altorilievi delle increspature che si generano dalla carta di riso a contatto con il calore, calore che trasforma un materiale fragile in una superficie compatta e densa di materia. L’artista concentra la sua attenzione su pochi colori: il nero, il rosso e l’argento; la costante ricerca su forma, su colore e sulla materia l’ha condotta ad avvicinarsi alla grande lezione lasciata agli inizi del ‘900 dalla scuola del Bauhaus; Barbara Colombo, sulla base della lezione di Weimar, presenta un nuovo modo di concepire la forma contestualizzandola nello spazio: da ciò nasce lo straordinario essenzialismo espressivo e artistico che possono essere scoperti all’interno della Galleria Area 35 Art Factory . La volontà di creare un assoluto equilibrio tra forma, luce e colore generano armonia e bellezza che dominano incontrastate lungo tutto il percorso dello spazio espositivo.Questi monoliti hanno l’autorità della presenza, dialogano silenziosamente con lo spettatore e lo coinvolgono in un viaggio fatto di essenza.

Il Mare di Yuki Seli: Sea We Don’t see – da Milano a Venezia 

“L’uomo e il mare, potrebbe essere la perfezione, mondo che accade e basta”. 

Ricordando le parole di Baricco in Oceano Mare, di fronte alle silenziose fotografie di Yuki Seli si contempla un mondo che accade e basta, dove l’uomo si trova disarmato e scompare sotto la potenza di una Natura disarmante. 

Il fotografo giapponese Yuki Seli, per la prima volta esposto con una personale in Italia presso l’Art Factory Area 35 a Milano, esprime al meglio questo senso di forza della Natura attraverso delle foto in analogico di piccole dimensioni. La particolarità di queste immagini è data anche dall’uso di una macchina fotografica costruita dall’artista stesso, la quale non presenta un obiettivo bensì un foro dove la luce rimane molto in esposizione, permettendo così la resa di effetti sfumati atti a creare un’atmosfera quasi surreale ed ovattata. 

Protagonista di tutti gli scatti è la Natura, ritratta nella semplicità delle sue forme, senza la presenza di figure antropomorfe se non sotto forma di ombre riflesse nel mare. Tali onde richiamano il filo conduttore di questa collezione dedicata al mare giapponese: lo tsunami. Yuki Seli ha voluto dedicare in particolar modo i primi 5 scatti ai luoghi della disastro, ritraendo un paesaggio di una serenità apparente cosparso da un grande silenzio. Sullo sfondo, solo il rumore del mare. 

Il percorso della mostra continua con una serie di interessanti dittici, i quali presentano anche l’interessante connubio dell’immediatamente dopo la catastrofe e oggi. Nelle coppie di fotografie, infatti, l’artista ha rappresentato degli scenari ritratti appena dopo lo tsunami, accostandoli poi a come lo stesso paesaggio si presenta attualmente. Ciò che emerge è un senso di rinascita e forza della Natura che come ha distrutto ha anche avuto l’energia propria di rigenerarsi in forme e colorazioni nuove. 

Nel deriva un senso di grande positività e di sguardo ottimistico al futuro dal quale traspare l’ideologia giapponese di totale affidamento alle forze della Natura. Il sentimento suscitato nello spettatore è dunque duplice: da una parte l’uomo non può nulla di fronte alla Natura, e l’unica soluzione è quella di rimanere in silenzio a guardare l’agire delle forze naturali sforzandosi di vedere quello che solitamente non è immediatamente visibile. D’altra parte vi è la consapevolezza del ciclo di morte e rinascita del naturale, e la serenità data dal continuo flusso del mare e dal suono infinito delle onde. 

La mostra di Yuki Seli “Sea We Don’t See” è stata curata da Rossella Menegazzo ed esposta presso la galleria d’Arte Contemporanea “Area 35 Art Factory” da Giacomo Marco Valerio in via Vigevano a Milano dal 18 al 29 novembre. 

Dal 4 al 14 Dicembre la stessa mostra sarà esposta a Venezia presso il Liceo Artistico Statale Michelangelo Guggenheim (Sala espositiva “Dalla Zorza”), Campo dei Carmini, Dorsoduro 2613.

Dopo questi appuntamenti sarà possibile visionare le opere in galleria su appuntamento Per info:

info@area35artfactory.com

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