DE PROFUNDIS

Riccardo Paternò Castello 

31 gennaio – 1 marzo 2018

inaugurazione martedì 30 gennaio, ore 18.30 – 21.30

 

Area35 inaugura la Project Room milanese con la proposta di un giovane artista emergente : Riccardo Paternò Castello.

 

Sublimi Totem di Myriam Zerbi

(storica dell’arte e curatrice di mostre, giornalista, collaboratrice di Arte in World e de Il Giornale dell’Arte).

L’artista è spinto al fare dal suo daimon: “Avevo bisogno di dipingere, di tornare alla pittura”. È così che Riccardo Paternò Castello ha messo in atto un gesto iconoclasta che, sin dal significato etimologico, dal greco Eikon klao, mira, paradossalmente, a distruggere l’immagine. Forse è l’inconscio che detta l’azione artistica che procede secondo un metodo filosofico che risale al pensiero classico socratico, per il quale la pars destruens deve precedere, inevitabilmente, la pars costruens.

Dopo aver lavorato lungamente all’arte del ritratto, incrociando anche i campi di lampante e chiara evidenza della riproduzione fotografica, Riccardo Paternò Castello ha avvertito forte il desiderio di libertà che gli si prospetta, da subito, come lotta. È chiamato ad assecondare un imperativo categorico: sganciarsi dagli schemi del gioco della mimesis descrittiva, che lo induceva a tirar fuori dai soggetti, ‘ritrarre’ nella fisionomia pittorica, una somiglianza edulcorata e migliorata. Tempo era giunto per concepire dei ritratti che fossero, invece, vere e proprie “visioni dell’interno”. Fuori e al di là di ogni idealizzazione.

Sceglie di confrontarsi con opere del passato, affronta ritratti pensati in altri secoli e in contesti lontani, avvicina quadri potenti, pregni di una loro forza specifica, di artisti celebrati dalla Storia, quali Bronzino, Goya, Velasquez, maestri con i quali l’incontro si sarebbe rivelato, coraggiosamente e inesorabilmente, come scontro. All’inizio è la ripresa del soggetto a interessare il pittore. Il suo pennello parte dal ricreare il sembiante come era manifestato nei dipinti preesistenti. Lo trasporta sulla tela, non senza subitanei e voluttuari scarti, lo fa entrare, appena appena mutato, solo leggermente modificato, nello spazio della ‘sua’ figurazione. Ne visualizza pittoricamente il disfacimento. Lo sguardo del pittore porta con sé l’intensità di un’intuizione esistenziale che è malinconico senso di disgregazione del visibile.

Poi l’attacco. Invasivo e demolitore, anticipato già, anche se solo parzialmente, nella fase di ricostruzione dell’immagine. Il volto viene aggredito, le sue forme sconvolte. Nei visi, sui quali viene gettata pittura, spariscono le sembianze, ricoperte e celate, nell’atto audace e fatale di negazione. In seguito, man mano, dal colore tirato, raschiato, asportato, affiorano evanescenti strati, si concretano ambigue figurazioni “fino a che il soggetto non acquista una nuova, diversa personalità che ti parla e ti colpisce”.

Non può esserci nessuna indulgenza o tentennamento, ma solo l’ineluttabilità di un atto che va compiuto con fermezza e coraggio, “il quadro capisce se hai paura”: scardinare l’immagine, cancellare l’icona, denudarla da ogni apparenza voluttuaria, decostruire, smontare la consolatoria, quieta certezza di un’umanità in posa che, pur nell’assalto, non demorde, e fatica a perdere l’eleganza congelata della confortante postura aulica. E mentre il ritratto s’inabissa nel naufragio di ogni somiglianza, per il

pittore la vertigine della riconoscibilità negata è l’anelata liberazione dalle griglie di ogni ricercata gradevolezza.
La metamorfosi creativa fa proprie le cose che vivono nell’oscurità, trasforma la materia pittorica in grumo avviluppato e dolente di carne svelata e palpitante, e i personaggi in fantocci ridotti alla loro essenzialità. Il caso interviene facendo emergere dalle stratificazioni abrase e cancellate nuove livide, suggestive, effigi.

La luce, presenza vivida o assenza palpabile, penetra e svela, nelle ferite al fondo di ogni essere, ammantate d’oro o d’ombra, l’essenza stessa della situazione esistenziale dove germinano malinconia, inquietudine, paura, che appartengono ai più. E sono invece celate ad arte, nella staticità di parata dei ritratti aulici, nello stereotipato sfoggiare sorrisi di facciata che pullulano nelle occasioni mondane, nell’ostentazione di vesti che sono paramenti, costumi di scena, come nel piglio studiato di uno sguardo fiero o seduttivo.

È un corpo a corpo, quello di Riccardo Paternò Castello, con l’immagine, mina ogni contegno, smaschera ogni simulacro. Nel duello, l’azione del pittore non è bomba che dilania per distruggere, ma personale rivoluzione, forza d’urto che decostruisce la regolarità della figura per scandagliarne gli abissi e le inesauribili profondità d’ombra.

“Scavo, costruisco, cancello”, ogni dipinto realizzato è un quadro che ha raggiunto equilibrio e ragion d’essere proprio sul limite, rasentando la sua possibile distruzione: “I quadri funzionano se sono in continua, dinamica tensione”.
La sparizione di identità crea in chi guarda turbamento, straniamento e anche ripulsa. L’emozione va però vissuta e percorsa tutta d’un fiato. L’equilibrio turbato chiama al rispecchiamento. Il pennello rimesta, colpisce, vortica. Forgia. L’impresa di Paternò Castello è tormentato processo di trasfigurazione e rivelazione di sé nell’altro. Ricercare nel particolare l’essenza dell’essere, nel groviglio dei nodi strutturali non risolti del singolo, il cuore pulsante della condizione umana.

Un’energia espressiva potente e dissacrante sa trasformare ritratti emblematici del passato in totem contemporanei. Grotteschi e sublimi, gravi, in bilico tra vita e morte, sostanza e spirito, sono presenze notturne e inquietanti. Riflettono, nel linguaggio dell’arte brillantemente dominato da Paternò Castello, le tempeste dell’esistere, i tortuosi sentieri dell’essere e gli infiniti colpi di scena del teatro della mente.

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